Dall’edizione 2019 la Start Cup ha introdotto il ruolo dell’ ambassador.

Francesco Timpano: ambassador di Piacenza

By maggio 02, 2019 , , , ,

Dall’edizione 2019 la Start Cup ha introdotto il ruolo dell’ambassador.

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Una figura che dovrà favorire l’accesso al percorso della Start Cup da parte dei gruppi di ricerca e promuovere la competizione all'interno delle Università.

Abbiamo incontrato Francesco Timpano, ambassador Start Cup e professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza che ci ha raccontato come le Università possano supportare la scelta di ricercatori e studenti verso la creazione di una startup e imprese innovative in alternativa al percorso accademico.


Lei ha questo compito all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ci descriva in una manciata di parole il suo profilo.

L'analisi e lo studio di tutte le politiche a sostegno dei processi innovativi sono i topic della mia attività di ricerca. Insegno Politica economica alla facoltà di Economia e giurisprudenza e nei miei corsi parlo del mondo delle startup spiegando il significato di parole chiave come innovazione, entrepreneurship e creatività. Da anni inoltre sono all’interno dei comitati universitari che si occupano di questo e in più ho avuto anche un’esperienza di amministratore pubblico a Piacenza e in quella veste mi sono già occupato di promuovere la Start Cup sul territorio.

Dicevamo che la Start Cup 2019 tra le novità più significative che ha introdotto è quella di aver dedicato la competizione alle idee d’impresa provenienti dal mondo accademico. Su questo fronte che risultati ha la sua Università?

Devo ammettere che qui a Piacenza abbiamo messo in piedi un modello che abbiamo chiamato l'ecosistema della creazione di impresa e dell'innovazione che funziona piuttosto bene, tanto che da anni presentiamo un numero di domande significativo con startup che si posizionano in alto in classifica. Mi vengono in mente alcuni casi di startup interessanti nate in questi anni anche grazie alla Start Cup: alcune sono andate avanti, altre sono venute meno. Dobbiamo sempre tenere a mente che una startup innovativa è un soggetto particolare, delicato, e come tale va trattato. Capisco bene quindi questa intenzione di puntare sulle idee di impresa che abbiano una connessione con l’Università e la ricerca, è un tema su cui la Regione Emilia-Romagna ha investito molto.

Lei, per le startup, usa l’aggettivo “delicato”. Ci spieghi meglio.

Come paese abbiamo un gap storico da recuperare. Tutte le iniziative che favoriscono innovazione sono vitali. Una competizione come la Start Cup ha il merito di scovare e promuovere le idee più con un alto potenziale di sviluppo. La strada che porta questi progetti a diventare imprese robuste è però un percorso accidentato. Inoltre, abbiamo un’oggettiva difficoltà a stimolare l’entrepreneurship all'interno dell'università, non dico solo nella nostra regione. Si tratta di una debolezza strutturale che le nostre università hanno imparato da poco ad affrontare, con strumenti ad hoc, uffici dedicati e supporti finalizzati a stimolare l'avvio d'impresa. Lo startupper nato in ambito accademico si trova a lavorare molto sulla sua idea ma ha pochi mezzi per crescere da un punto di vista imprenditoriale anche perché attorno a sé non trova le competenze adatte per farlo. È su questo che dobbiamo lavorare.

Torniamo quindi al ruolo dell’ambassador. Qual è la sua ricetta?

Sicuramente concentreremo i nostri sforzi sull’animazione del territorio stimolando tutto quel mondo che ha stretti rapporti con la ricerca. Il tema vero è che noi, come università, dovremmo attrezzarci per fare un lavoro sul lungo periodo. Occorre cominciare a raccontare che chi si occupa di ricerca ha davanti non solo la carriera accademica ma, volendo, anche quella imprenditoriale. Le due strade in alcuni casi si possono addirittura incrociare: la ricerca applicata all’impresa non è l’unica possibilità, si può anche scommettere su se stessi e sulla propria idea. Credo che questa nuova veste della Start Cup sia un’opportunità da sfruttare al meglio. Magari avremo qualche candidatura in meno ma, ho motivo di credere, la qualità sarà sicuramente maggiore.

Sarà necessario un lavoro di squadra. In qualità di ambassador non dovrà stimolare solo i ricercatori ma anche i suoi colleghi…

Sicuramente. Andrò a rompere molto le scatole anche perché i docenti sono fondamentali, dato che conoscono le singole persone. Il loro è di sicuro un osservatorio privilegiato. Solo con un lavoro capillare raggiungeremo risultati importanti.

Quali sono gli ostacoli che intravede?

Indubbiamente oggi l'ambiente è più favorevole di quanto non lo fosse prima del 2012, ma in Italia siamo ancora molto indietro. C’è da dire che da un’indagine che ho condotto non molto tempo fa su scala nazionale è emerso che, contrariamente a quello che si poteva immaginare, il tasso di sopravvivenza delle nostre startup è particolarmente elevato. Significa che le imprese innovative italiane nascono con un pizzico di robustezza in più che permette loro di stare in piedi mediamente più di quello che accade all’estero dove lo startup d’impresa è più vivace ma dove c’è anche una mortalità più elevata. Paradossalmente penso che questo dato debba essere lo stimolo da cui le università dovrebbero partire per fornire strumenti adeguati ai ricercatori. Da noi a Piacenza esistono già dottorati di ricerca interfacoltà e sono previsti corsi di imprenditorialità mirati a fare crescere le soft skill, quelle competenze trasversali che possano allargare gli orizzonti. L’interdisciplinarietà inoltre diventa un’occasione di incontro tra professionalità diverse che, una volta fuori dal perimetro accademico, diventeranno consulenze disponibili sul mercato. Mettere questo a sistema sarebbe un valore aggiunto.

E favorirebbe la nascita di startup in quest’ambito?

Non tutti hanno la stoffa dell’imprenditore, ma magari ce ne sono alcuni che non sanno di averla. Sicuramente parliamo di una percentuale limitata rispetto a tutto lo stock di ricercatori, dottorati e dottorandi ma forse, a causa del fatto che non ci sono opportunità adeguate, ce ne stiamo perdendo qualcuno buono per strada. Si tratta di un’opzione ma quando si accende la miccia giusta questa è una carriera che può offrire soddisfazioni di gran lunga più grandi rispetto a altre esperienze professionali.

Pensando ai settori del PNI, e cioè ICT, Industrial, Cleantech&Energy e Life Science, quali sono, secondo lei, i topic di ricerca che hanno un potenziale di imprenditorialità più elevato in questo momento?

Nella mia esperienza ho trovato vivacità in tutti questi settori. In prima battuta mi verrebbe da dire ICT anche se, in realtà, nel nostro paese funziona di più il Life Science e parte del Cleantech ma potremmo dire che abbiamo semplicemente più storia. Va detto che i confini tra settori sono, però, sempre più sfumati. Un tema che a mio avviso che potrebbe rimanere fuori è quello dell’innovazione sociale, un settore difficile da definire in questa logica.

A Piacenza, invece, quali sono i settori che hanno una marcia in più?

Da noi tutto l’agrifood ha un potenziale enorme in termini di creazione di startup. Nel nostro territorio il settore che spinge di più è sicuramente la meccanica. Tuttavia ci sono ancora un sacco di energie inespresse, è qui che vanno stimolati i ragazzi.

Visto che nella sua attività di ricerca guarda molto anche a ciò che accade all’estero, quali sono le iniziative che dovremmo fare nostre?

Non si possono invitare gli studenti universitari a fare imprese semplicemente con dei corsi, sarebbe una semplificazione. Però, ad esempio, si può creare un ambiente favorevole alla nascita di startup creando incubatori e contamination lab.
Effettivamente all’estero sono più organizzati perché è l’università stessa che investe in startup e in alcuni settori potrebbe diventare una fonte di reddito importante per gli atenei. Però bisogna essere strutturati, non ci si può improvvisare. Da noi si è cominciato solo di recente. Tra i casi italiani, quello che conosco meglio è il Polihub del Politecnico di Milano. Su questo fronte comunque siamo ancora ben lontani dagli standard europei. È come se l’università italiana non avesse ancora compreso le potenzialità enormi dell’ecosistema delle startup.

Quindi questo secondo lei è uno degli obiettivi cui tendere?

Decisamente.  Spero che si vada in questa direzione anche grazie a iniziative come la Start Cup. Se ogni anno l’università si desse come obiettivo un numero di startup da generare allora sì che ci si impegnerebbe sul serio.

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