strarcup FlexFire - Interviste ai finalisti - Startcup Emilia-Romagna

Un dispositivo unico che converte la biomassa di scarto in gas combustibile utilizzabile per varie applicazioni. Di cosa si occupa la vostra...

FlexFire - Interviste ai finalisti

By ottobre 05, 2020


Un dispositivo unico che converte la biomassa di scarto in gas combustibile utilizzabile per varie applicazioni.

Di cosa si occupa la vostra startup? Abbiamo progettato un sistema unico per riutilizzare gli scarti legnosi in ambito agricolo trasformandoli in risorsa energetica da impiegare in varie attività dell’azienda. I residui agricoli, nel nostro caso le potature della vite, invece di essere smaltiti con un costo per l’imprenditore possono diventare energia grazie alla tecnologia della gassificazione. Si tratta di un processo carbon-negative che sfrutta una risorsa rinnovabile, utilizzato in anni recenti al solo scopo di produrre energia elettrica e calore, applicazione ad oggi non più economicamente sostenibile data l’assenza di incentivi. Il nostro sistema rende flessibile la tecnologia della gassificazione applicandola ad altri contesti: ecco giustificato il nome del nostro progetto. Le biomasse residuali, che di solito vengono trinciate o bruciate in campo, non sono messe a profitto e inoltre emettono grandi quantitativi di gas serra (anidride carbonica e metano). FlexFire invece si nutre di quello scarto per dare energia a sistemi di irrigazione diesel, macchine da pirodiserbo e per riscaldare serre e capannoni, con un indubbio vantaggio dal punto di vista economico e ambientale. Inoltre il nostro è un progetto che rientra a pieno titolo nei principi dell’economia circolare.

Da chi è composto il team? Siamo quattro ingegneri e ci chiamiamo Marco Puglia, Nicolò Morselli, Filippo Ottani e Massimiliano Parenti. Veniamo tutti dall’Università di Modena e Reggio Emilia da indirizzi diversi ma ciò che ci accomuna è il BEELAb, un laboratorio specializzato nella ricerca sull’efficienza bioenergetica. Abbiamo sei anni di esperienza nel campo della termo-conversione delle biomasse e la nostra ricerca si è concentrata sull’utilizzo delle potature dei vigneti con l’obiettivo, una volta messo a punto il nostro prodotto, di espanderci anche ad altri ambiti agricoli e altre coltivazioni legnose.

Come è nata l’idea? Occupandoci da tanto tempo di gassificazione eravamo consapevoli delle potenzialità e dei limiti di questa tecnologia e volevamo indagare altre applicazioni possibili oltre a quella esclusiva della produzione di energia elettrica e termica. La cogenerazione comporta infatti una serie di problemi di carattere tecnico da risolvere e rende il processo molto più complicato: noi invece ci siamo concentrati solo sulla produzione di energia termica, concetto molto più semplice ma che da solo non viene di solito contemplato. Quando siamo partiti, ci occupavamo del cippato proveniente dal recupero boschivo ma, specialmente da noi in pianura, la disponibilità non è elevata mentre scarti come le potature della vite sono un po’ dappertutto grazie alla diffusione sul nostro territorio delle aziende vitivinicole. Quello che ci ha mosso all’inizio è stato sicuramente un motivo di carattere ambientale, ma è indubbio il risparmio nelle tasche dell’imprenditore agricolo che ha la risorsa energetica in casa e non deve più occuparsi dello smaltimento del rifiuto. A che punto siete? Ad essere onesti, ci serve del tempo per avere un prodotto ma siamo vicini ad avere un prototipo. Siamo ancora ad uno stadio embrionale: abbiamo effettuato vari test per validare le tre declinazioni della gassificazione che abbiamo individuato. Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza di FlexFire La flessibilità del sistema che abbiamo messo a punto è uno dei vantaggi che abbiamo anche sui nostri competitor, così come la competenza nel riutilizzare le potature di scarto. L’ottimizzazione del processo dal punto di vista ambientale è un altro valore aggiunto oltre al fatto che riusciamo ad ottenere come sottoprodotto della gassificazione il biochar, che altro non è che carbone vegetale utilizzabile in campo come ammendante per migliorare le proprietà fisiche del terreno. Tra le criticità evidenziamo il nostro TRL che è ancora basso e lo sforzo economico che sarà necessario per industrializzare il nostro prodotto. Vi ha travolto una pandemia nella creazione della vostra startup: come ha inciso il Covid Da un lato si è interrotta la parte sperimentale legata alla ricerca e questo ha comportato uno slittamento dei tempi ma dall’altro lato siamo più maturi da un punto di vista imprenditoriale anche grazie al percorso della Start Cup. Abbiamo messo a frutto questo periodo per sviluppare il piano economico-finanziario e forse, a conti fatti, la pandemia non ha inciso più di tanto.

Cosa vedete nel vostro futuro? Vediamo una crescita sia del nostro gruppo sia del prodotto. Crediamo fermamente nelle potenzialità della tecnologia che abbiamo messo in campo, soprattutto perché è sostenibile da un punto di vista ambientale ed economico. Vogliamo essere promotori di un processo virtuoso e vogliamo dare il nostro contributo all’ambiente anche grazie alla nostra attività di ricerca. Siamo felici di fare la nostra parte per la salute del pianeta.


 


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