Startup green, tra economia circolare e green claims certificati

Startup che vogliono avere un impatto green devono conoscere il “contesto normativo, di sviluppo della tecnologia ambientale, design del prodotto, catena di fornitura e aspetti di marketing e comunicazione”. E i loro “green claims” – le promesse che rinviano alla relazione tra il prodotto/servizio e l’ambiente – devono essere “certificati e trasparenti” per evitare di incappare in casi di greenwashing. Sono alcuni punti spiegati gli esperti di ART-ER Guido Croce (esperto di sviluppo sostenibile) e Federica Savini (project manager) ai finalisti di Ecosister Start Cup 2025, in una mattinata di formazione dedicata alla sostenibilità ambientale. L’incontro ha offerto una panoramica sugli strumenti utili per progetti che vogliono muoversi nel mondo green, con input sui punti chiave e sulla cosiddetta “eco-innovazione”.

L’economia circolare e le 9 R

Croce ha introdotto il tema dell’economia circolare e degli strumenti collegati, fondamentali già per progetti agli stadi iniziali.

“Cos’è l’economia circolare? È un modello di produzione di prodotti e servizi rigenerativo – ha evidenziato – Il ciclo di vita di un prodotto prevede il prelievo di materie prime dall’ambiente, realizzare un prodotto o un servizio, distribuirlo, venderlo, farlo utilizzare e, infine, disassemblarlo. In un’economia circolare, le materie prime disassemblate non diventano rifiuto, ma vengono riutilizzate all’interno di un nuovo ciclo produttivo”.

Un approccio che tocca tutte le fasi del processo e considera lo smaltimento come “ultima spiaggia”. Centrale in questo modello sono le “9 R”, a partire da reduce, reuse e recycle. Croce ha sottolineato anche l’importanza di ripensare i servizi, soprattutto nell’industria 5.0, secondo logiche circolari.

L’ecodesign 

Gli esperti hanno poi illustrato il quadro normativo europeo e le certificazioni utili a chi produce in linea con i criteri di sostenibilità. Un punto chiave riguarda l’Ecodesign. La Direttiva europea Ecodesign (2009/125/EC) ha introdotto le classi energetiche per apparecchiature elettriche ed elettroniche, ma una nuova direttiva (ESPR) allargherà il campo ad altri settori, registrando tutte le prestazioni ambientali di un prodotto: consumi idrici, sostanze pericolose, impronta carbonica, possibilità di riuso. “Arriveremo ad avere una sorta di passaporto ambientale del prodotto – spiega Croce – con informazioni rispetto alla fase d’uso, alla riparabilità e all’eventuale smaltimento”. Un esempio concreto arriva dal colosso svedese di arredamento, Ikea, che ha messo a punto un sistema che prevede l’uso di materiali riciclabili, di prodotti modulari, imballaggi meno impattanti, vendita di pezzi di ricambio e ritiro di vecchi mobili.

Un freno al greenwashing

Sul fronte della comunicazione, Croce ha richiamato la direttiva europea sul greenwashing, che in Italia non è ancora stata recepita.

“La Commissione ha cercato di garantire che la comunicazione di servizi o prodotti nel rispetto dell’ambiente sia vera. Per informare i clienti dei minori consumi di un prodotto, dietro deve esserci qualcosa che lo dimostri”.

Frasi e parole della comunicazione sono quindi fondamentali. A questo si aggiunge la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), che vincola aziende più strutturate a presentare, oltre al regolare bilancio economico, anche un report di sostenibilità, ambientale e sociale, sulla base di indicatori uguali per tutti. “Anche questo è in fase di discussione da parte della Commissione Ue da febbraio 2025 e ha sospeso l’obbligatorietà introdotta precedentemente a livello italiano”. 

Misurare il proprio impatto

Per valutare l’impronta ambientale, ha spiegato Croce, si parte dall’analisi del ciclo di vita (LCA), che considera sia le emissioni dirette sia quelle indirette legate a energia, materie prime, trasporti, uso e smaltimento. “Definire l’obiettivo, fare un inventario dei consumi, valutare l’impatto ambientale, vedere i risultati. È utile farla in fase di progettazione come stima per il futuro e serve anche come valutazione in corso d’opera”. L’analisi, però, per essere credibile deve essere certificata da terzi. In questo quadro rientrano anche le certificazioni ambientali come l’EPD o il Made Green in Italy, richiesto negli appalti pubblici.

La piramide di fine vita

Gestire i rifiuti è una priorità dell’economia circolare. “Ridurre, riusare, riciclare, ricondizionare, smaltire” è l’ordine delle azioni da seguire, secondo l’Europa. Croce ha ricordato anche il ruolo delle startup che partono dagli scarti. Un esempio è Orange Fiber, che dalla buccia d’arancia ha ricavato un filato tessile. Ma ha messo in guardia: non tutti gli scarti sono uguali e per gestirli come rifiuti servono autorizzazioni specifiche, salvo eccezioni come l’“end of waste”, che richiede l’approvazione di Ispra.

B Corp e Società Benefit

La seconda parte dell’incontro è stata curata da Federica Savini. Per prima cosa, l’esperta ha introdotto i concetti di B Corp e Società Benefit. “Il marchio B Corp si ottiene superando un assesment – con soglia minima 80 punti e massima 200 punti – e sottoponendosi a verifiche ogni 3 anni. La certificazione di Società Benefit, invece, autodichiarando i propri impatti e rispondendo a determinati requisiti di trasparenza”.

Le startup green in regione

Ma chi sono le startup green in Emilia-Romagna? Un’analisi di ART-ER mostra che delle 2700 startup innovative in regione, 521 sono green e 268 “core green”, con una mission ambientale dichiarata. Tra gli ambiti principali: energia, economia circolare e mitigazione climatica. La maggior parte ha meno di 5 dipendenti ma alta specializzazione e il 30% è dotato di brevetti. Savini ha citato il percorso di Ecosister Accelerator, che ha supportato startup come Highverter, Vaimee, Zeprojects e Ulisse Solutions nella valutazione dei propri impatti ambientali. “Per evitare greenwashing nel fare i green claim, è importante che ogni startup completi un lavoro di assessment e certificazione”, ha messo in chiaro Savini.